Carciofo

Ricetta: Schie fritte
su carpaccio di castraùre
Ingredienti per 4 persone
Per le schie fritte:
200 gr di schie vive (gamberetti grigi di laguna)
4 cucchiai colmi di farina 00
Sale
Olio di semi
Per il carpaccio:
16 castraùre
Olio
Sale
Pepe
Aceto balsamico
Per le schie: Lavate le schie accuratamente con abbondante acqua fredda. Asciugatele con la carta da cucina. Passate le schie nella farina : ricopritele completamente e poi scuotetele per rimuovere la farina in eccesso. Scaldate l’olio di semi in una pentola alta. Quando l’olio è molto caldo tuffate le schie al suo interno, un po alla volta. Friggetele finché non diventano dorate, quindi per pochi minuti. Trasferitele su un piatto rivestito di carta per fritti e salatele leggermente.
Per le castraùre: Pulite le castraùre. Con un coltello ben affilato affettate gli ortaggi a rondelle dello spessore di pochi millimetri. Mano mano che li tagliate, poneteli in un piatto e bagnateli subito con il succo di limone per evitare che anneriscano.
Preparazione del piatto: Stendete le castraùre irrorate con il limone su di un piatto da portata come se si trattasse di un carpaccio, salate, pepate, aggiungete qualche goccia di aceto balsamico e annaffiate il piatto con l’olio di oliva. Riponete le schie fritte ancora calde sul piatto e buon appetito!
Voci dal Territorio
Un estratto dall’intervista di Marta De Marchi a Carlo Finotello da “Laguna Futuri Esperienze e progetti dal territorio veneziano” (2023).
Marta De Marchi è ricercatrice in urbanistica, Università Iuav di Venezia. Caro Finotello è co-proprietario dell’Azienda Agricola “I sapori di Sant’Erasmo” e presidente del Consorzio del carciofo Violetto di Sant’Erasmo.
MDM: Qual è la situazione dell’agricoltura nell’isola di Sant’Erasmo, da sempre definita come l’orto di Venezia?
CF: L’isola si estende per circa 400 ettari, ma se non c’è agricoltura c’è abbandono. Ad oggi ci sono una trentina di aziende qui e altre due alle Vignole. Siamo solo in tre, forse quattro aziende che in questo momento vivono di sola agricoltura. Gli altri proprietari sono soprattutto persone in pensione, o che hanno tenuto una proprietà di famiglia. Qui ci sono piccole e piccolissime aziende, che non sono competitive sul mercato all’ingrosso. Bisogna anche dire, però, che ci sono delle realtà che stanno nascendo, che si sono insediate e che sono importanti, ad esempio l’azienda vitivinicola di Michel Toulouse della cantina Orto di Venezia, oppure il Vigna dal Mar che fa prosecco, poi c’è un’azienda che fa il Miele del Doge, e un’altra ancora fa agricoltura biologica certificata, l’unica a Sant’Erasmo. Poi, naturalmente ci sono le aziende afferenti al Consorzio del Carciofo Violetto di Sant’Erasmo, di cui sono presidente.
MDM: Al Consorzio del Carciofo Violetto di Sant’Erasmo quante aziende aderiscono?
CF: Sono una quindicina di aziende nella zona di produzione che comprende Sant’Erasmo, Le Vignole, Mazzorbo e Lio Piccolo. È un consorzio di tutela e valorizzazione. Purtroppo negli anni non siamo mai riusciti a fare un conferimento unico per una commercializzazione del prodotto, perché siamo in isole nella laguna e il consorzio racchiude tre generazioni, alcuni più anziani, altri più giovani, ma la mentalità rende difficile la gestione. Inoltre, il carciofo è molto limitato nell’arco dell’anno, andiamo da aprile fino a giugno. Mettere su una macchina di investimento con personale solo per queste isole minori diventa difficile, non ci sono i numeri per farlo.
MDM: Quali sono le criticità principali che riscontrate nello svolgere la vostra attività a Sant’Erasmo?
CF: Il problema principale dell’isola è il trasporto, non solo per quanto riguarda le verdure, ma anche per reperire le materie prime e tutto quello di cui si ha bisogno. Tenete conto che in isola non c’è un meccanico, quindi anche solo una rottura al trattore costa caro. Devo essere sincero, questa ultima amministrazione ha fatto molto di più delle precedenti, qui a Sant’Erasmo. Ad esempio, ogni tre mesi hanno messo un ferry boat per le revisioni, che prima non c’era. Un’altra criticità importante è che mancano i giovani, quindi non c’è ricambio generazionale e a livello amministrativo non si è fatto un vero e proprio programma di riqualificazione dell’isola. Fortunatamente, hanno fatto delle modifiche al Piano Regolatore, per cui adesso chi ha un pezzo di terra, in cui prima non poteva metterci neanche un palo, ora può regolarmente costruire un annesso per ricovero attrezzi o magazzino di 30 mq. Così chi ha qui un pezzo di terra ma vive di altro e altrove, il sabato e la domenica può venire in isola e almeno tagliare l’erba! Prima c’erano molti più terreni abbandonati.
MDM: E per quanto riguarda la sua azienda, ci può descrivere in che modo gestite l’attività e il fondo?
CF: Io ho iniziato nel 1996, prendendo in mano l’attività che prima era stata dei nonni, poi dei genitori, e nel 2000 si è inserito anche mio fratello. È anche una scelta di vita, coltivare la terra, non hai grandi redditi, noi viviamo di sola agricoltura e siamo due famiglie. Noi come azienda singola vendiamo solo quello che produciamo, nient’altro. Un lavoro difficile, a volte conviene andare ad acquistare e rivendere, però noi questo non lo facciamo. Nel 2007 abbiamo iniziato a occuparci della vendita diretta con consegne a Venezia e nel giro di 2-3 anni ci siamo convertiti totalmente alla vendita diretta, ci siamo specializzati in questo e ad oggi andiamo due volte alla settimana a Venezia per portare le verdure che si possono ordinare online o al telefono. Questo ci ha garantito la sopravvivenza perché altrimenti avremmo chiuso. Da una semplice mailing list e con il passaparola tanti si sono agganciati, e da 20-30 interessati che avevamo all’inizio, adesso abbiamo quasi 2.000 contatti (non clienti, attenzione!), da lì è nato prima il sito, poi il servizio online. Ci siamo evoluti a piccoli passi. Non si può pretendere di avere tutto subito.
MDM: Come descriverebbe il suo rapporto con il patrimonio naturalistico e la biodiversità?
CF: Rispetto a tanti anni fa sicuramente c’è più attenzione, nel lavoro e nei prodotti usati, ma anche nelle lavorazioni. A Sant’Erasmo, come in tutta la laguna, possiamo fare poche lavorazioni del terreno perché sotto c’è acqua, ed è salsa. Dobbiamo lavorare col terreno e dobbiamo cercare di mantenerlo. Il nostro lavoro non è biologico certificato, anche questa è una scelta. Però cerchiamo di fare un’agricoltura consapevole. Usiamo funghi, muffe, insetti che produciamo noi e poi usiamo concimi, minerali e prodotti repellenti più naturali possibile. In caso di emergenza interveniamo con prodotti selettivi che colpiscono solo la malattia o l’insetto dannosi. Facendo così noi riteniamo di riuscire ad abbattere molto i fitofarmaci. Siamo sicuri di dare un prodotto sano e genuino, è una scelta, non posso dirti che facciamo biologico perché in ogni caso per essere biologici bisogna essere certificati. Nei nostri settori non si finisce mai di imparare, di adattarsi, può essere che quello che facevi fino a ieri era sbagliato, lo capisci sul campo cosa puoi fare di meglio! Se uno è bravo a farlo capire anche agli altri, il messaggio arriva.