Fame
Il cibo è un bisogno fisiologico; è, quindi, un diritto fondamentale dell’uomo, degli esseri viventi. Parafrasando le parole di Piero Calamandrei (2007), il cibo – in quanto diritto – è come l’aria: ci rendiamo conto di quanto vale quando comincia a mancare. La fame come meccanismo che relaziona i corpi al cibo è innescata da una condizione di scarsità, dalla mancanza o assenza di cibo che genera un bisogno. La fame, però, è anche un raptus, un istinto, un attacco compulsivo che plachiamo per cercare un appagamento psicologico piuttosto che fisiologico; fame nervosa, emotional eating spostano l’asse ermeneutico della fame dalla dimensione del bisogno a quello del desiderio (o della frustrazione), svincolando la fame dalla sola dimensione di necessità – in cui il cibo è l’obiettivo – e allargando il campo a una dimensione – quella del desiderio, che Lacan definisce come scarto tra domanda e bisogni, tra il simbolico e il corpo1 – in cui il cibo si fa veicolo o strumento per l’affermazione di sé. Il cibo, infatti, è cultura e identità2: nell’atto del mangiare, esprimiamo ciò che siamo e lo facciamo decidendo che ruolo ha il cibo, ma anche scegliendo a quale cibo permettiamo di varcare la soglia3.
Parlare di fame e diritto al cibo da una prospettiva di Global North, da una (privilegiata) posizione che non si interfaccia prevalentemente più all’alimentazione sotto il profilo della povertà, dell’indigenza e della sussistenza, può consentire di osservare la fame nella dicotomia tra bisogno essenziale fisiologico legato alla sopravvivenza e abbondanza che autoalimenta la brama. Bisogno e desiderio diventano le chiavi interpretative delle declinazioni della fame con cui si può osservare un territorio, e nello specifico l’iperturistificata Laguna di Venezia. Quali forme e geografie assume la fame in laguna? La fame si fa istanza per interrogare le dinamiche di questo territorio, i suoi flussi, le sue pratiche, le popolazioni, i cibi che la attraversano, i luoghi in cui si manifesta. Seguendo questa impostazione esplorativa, la fame è intesa come condizione di scarsità che si può riconoscere in tutte le fasi del sistema cibo – dalla produzione alla distribuzione al consumo allo scarto – ma si declina secondo due dimensioni, a seconda che derivi da un bisogno o alimenti un desiderio, oscillando tra la necessità di mangiare e l’esperienza elitaria. Quando si manifesta in qualità di bisogno, intercetta specifici attori, sia in rappresentanza di comparti produttivi e distributivi, dalla pesca all’agricoltura, sia abitanti, turisti e altri esseri viventi. C’è fame di terra da coltivare così come di acqua dolce per irrigare i campi; c’è scarsità di braccia e braccianti, che porta ad abbandonare forme di lavoro, tradizioni e prodotti alimentari; c’è fame di luoghi in cui acquistare un pasto a prezzi accessibili, o gratuito, e di spazi pubblici e attrezzati per consumare liberamente i propri cibi. Infine, c’è la fame dei nuovi predatori, come quella del granchio blu – l’ultimo killer di pesci e molluschi lagunari, vorace danneggiatore di reti da pesca e nasse4 – o quella dei gabbiani che, come avvoltoi, assaltano passanti per rubar loro il cibo5.
La fame intesa come desiderio fa, invece, della scarsità un elemento di esclusività e intercetta quindi altri attori e settori legati prevalentemente al lusso, il sistema ricettivo alberghiero e ristorativo di alta gamma e turisti facoltosi in cerca di esperienze sinestetiche uniche. Questa è la fame di tipicità enogastronomiche esclusive ed escludenti: il vino di laguna, le moeche, la salicornia, il miele di barena etc. diventano un veicolo per manifestare uno status sociale. C’è fame di qualità, a cui filiere corte-eque-controllate-garantite – dalla produzione al consumo – danno risposta; c’è fame di innovazione, in cui i momenti di trasformazione e consumo si fanno evento e la soglia-cucina diventa palcoscenico; infine c’è la fame di luoghi – gli orti in laguna, la cantina, il resort, il ristorante stellato, l’acqua stessa della laguna solcata da esclusive gite in barca, i pescherecci – che allargano semanticamente il proprio valore per accogliere e sfamare la curiosità di alcuni attraverso immersioni esperienziali. Questi primi elenchi non esaustivi, che si intendono come tassonomie aperte e incrementabili, consentono di dare una prima forma fisica alla questione della fame intesa nella direzione di diritto al cibo, e di riconoscere alcuni paradossi. Le reti di produzioni eque non sono accessibili a tutti, perchè la genuinità ha un costo ancora troppo elevato; così come prodotti e piatti “tipici” della tradizione, legati a un immaginario folkloristico, da una parte perdono di autenticità quando sono proposti in menù standardizzati a costi contenuti in locali a gestione straniera, dall’altra diventano – di nuovo – inaccessibili ed elitari; ed anche l’internazionale junk food dei fast food – anatema di ogni nutrizionista – segue protocolli di controllo così rigidi da renderlo più sicuro, pur mantenendo un’alta soglia di accessibilità – di costi, spazi e servizi (come l’accesso ai bagni) – da renderlo paradossalmente più democratico6. La fame dà corpo all’astrazione giuridica del diritto al cibo. Riconosciuto come diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame, il diritto al cibo è un diritto aumentato, universale, somma di altri diritti specifici, vecchi e nuovi7: alla salute (cibo sano, sicuro, adeguato), alla diversità culturale e all’autodeterminazione personale, alla dignità, alla vita; è principio di solidarietà e fraternità, di uguaglianza sostanziale; è un diritto sociale e collettivo ed è un forte strumento per contrastare il riduzionismo da cittadini a clienti8. Liberando il cibo dalla fame, lo si affranca anche dalla dimensione di merce, ritornando ad essere un valore fondativo dell’esistenza della persona7.
1 Lacan J., Di Ciacca A. (a cura di) 2016. Seminario. Libro VI – Il desiderio e la sua interpretazione, 1958-1959. Torino: Einaudi.
2 Neresini F., Rettore V. (a cura di) 2008, “Cibo, cultura, identità”, Carocci, Roma.
3 Guidobaldi S., 2021. Cibo e identità. L’identità nell’epoca della sua riproduzione gastronomica. Torino: Eris.
4 Scotellaro F., 2023. “Granchio blu: uno studio di Ca’ Foscari nelle lagune di Venezia e Chioggia”. CafoscariNEWS, del 28/07/2023. ISSN 2532-763.https://www.unive.it/pag/14024/?x_news_pi1%5Bnews%5D=14848&cHash=1be6177840dbb3d546f56aea6326b463
5 Borzomi T., 2023. “Gabbiani come avvoltoi, assalti tra calli e piazze per un boccone di cibo”. IlGazzettino.it del 16/06/2023. https://www.ilgazzettino.it/nordest/venezia/gabbiani_assal
to_turisti_cibo_cosa_succede-7465974.html?refresh_ce (ultima consultazione 02/02/2024).
6 Coppola A., 2012. Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana. Bari-Roma: Laterza.
7 Rodotà S., 2015. 2015. Vivere la democrazia. Bari-Roma: Laterza.
8 Barber B.R., 2010. Consumati. Da cittadini a clienti. Torino: Einaudi.
Crediti: Testo di Alessia Franzese. Estratto da “Parole per la Laguna. Una lingua madre per l’Atlante del Cibo della Laguna di Venezia”(2022).